


Oggi ho visto un documentario a cui val la pena dedicare del tempo e l'attenzione necessaria.
Era su Repubblica, e s'intitola "Il corpo delle donne", di Lorella Zanardo
L'argomento di cui voglio parlare è uno dei più inflazionati e, a mio parere, abusati di tutti i tempi: l'AMICIZIA.
Certo, questo mio potrebbe essere un modo per aggiungere altro fumo a quanto già se n'è sparso in merito, ma non posso certo rimanere indifferente alla disgregazione di qualcosa in cui, difficilmente, riesco ancora a credere.
Quando conosco una persona non mi limito a scambiarci due chiacchiere, ma cerco di andare oltre quello stato di apparenza che ciascuno di noi crea attorno a sé per rendersi più forte. Fosse anche solo per quel gioiello o per quel modo di portare i capelli o per gli abiti che si sceglie di indossare ad identificare un proprio stile. Piccole cose che dicono molto e che non han bisogno di parole aggiunte.
Il tempo presenta sempre il conto e si finisce per essere nudi di fronte a chi ha avuto modo di starci abbastanza vicino. Nemmeno noi ci rendiamo conto di quanto gli altri possano conoscerci realmente.
Nemmeno noi, spesso, ci rendiamo conto di caratteri che ci appartengono, evidenti a chi ci frequenta.
Così capita che mi trovo a considerare con estrema diffidenza quello che mi capita e la gente che incontro sul mio cammino. Accetto molte cose, ma resto sempre a studiare ciò che non riesce a suscitarmi fiducia. Poi capita anche d'incontrare persone meravigliose che non ti lasciano il tempo di porti domande. Libri aperti, acque cristalline e via di seguito. Questo capita raramente, ma ancora accade.
Ovviamente quei casi rari non mi fanno nascere alcun dubbio sulla buonafede.
I casi più strani ed estenuanti sono quelli in cui ti trovi di fronte persone con potenzialità enormi - gliele leggi dentro, ti dimostrano saltuariamente di averne, hanno progetti per cui s'illuminano parlandone - che non riescono a relazionarsi con te, come vorresti. E ti arrovelli, e lasci passare, e giustifichi, e resti vicino.
Poi un bel giorno inizi a chiederti come possa trattarsi di buonafede, ogni santa volta che capita un ritardo, che capita una dimenticanza, che capita una mancanza di considerazione nei tuoi confronti, che capita una mancanza di rispetto. Tutte cose che fino a poco prima avevi tollerato, che avevi accettato come "difetto" caratteriale, comportamentale, o semplicemente come modo di essere di quella persona.
E quando si insinua un dubbio è difficile capire dove stia il torto e dove la ragione.
Ti poni domande ad ogni occasione in cui - tu credi - involontariamente non ti si considera AMICO.
E se prima ne soffrivi ma riuscivi a darti un motivo per non creare attriti, finisci inevitabilmente per vedere negativamente quel "normale" atteggiamento nei tuoi confronti.
E dopo tempo passato ad accettare non ti viene nemmeno in mente di chiedere spiegazioni, di ragionare, di parlare. Ti vien solo voglia di provocare perché ti chiedi: possibile che non si renda conto? E allora provochi, restituisci a tuo modo, attendendo una qualche risposta. Un "ma che cazzo succede?", almeno un "sei scemo?". E invece nulla. O peggio, perché c'è di peggio. Il peggio è passare per chi rovina un rapporto d'AMICIZIA. Almeno per me è grave.
So che avendo la coscienza pulita uno non dovrebbe porsi problemi, che a fronte di un certo tipo di comportamento perpetrato nel tempo, una reazione diventa ovvia e prevedibile anche da parte di un santo, so che non ci sarebbe motivo di prendersela. Almeno in apparenza. Già, perché alla fine la domanda che resta aperta è: ma per che diavolo son stato così stupido?
E la certezza è che dall'altra parte non ci sarà alcun dubbio che lo stupido sia stato io.
Nessuno ci impone d'essere amici di tutti, e capita di dover lasciare andare le persone che non ci apprezzano abbastanza. Senza provocazioni, senza volerle cambiare.
Io so di aver fatto errori, perché guardo a quello che io do agli altri, e so di poter migliorare. Chiedo perdono per le offese e mi spiace per i fraintendimenti. Ma voglio anche la possibilità di perdonare gli altri, se mi va, per le loro mancanze.
Non riesco a condividere la vita con chi non è capace di guardarsi dentro, perché allora la buonafede diventa un pretesto per non migliorarsi e per continuare a far stare male chi ti accoglie.
D.